Passioni prima parte

che la seconda sarà a maggio.

due giornate di studio che ProgettoCoppia, un’area di lavoro SIPRe sta organizzando. Francesco Dettori, il direttore, è uno bravo e fa belle cose, e lavorare con lui è un’esperienza che mi dà molto.

Per gli interessati qui sotto la locandina con tutte le info.

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Roberto Merlo

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Marina Cvetaeva scriveva, nei primi anni del secolo scorso, che tanto più è luminosa l’insegna tanto più è scadente la merce. Se è vero, come spesso è vero, anche il contrario allora questa è un altra prova che Roberto Merlo è un eccellente psicologo di comunità. Di lui in rete si trova poco o niente, non compare sui media, non è un frequentatore abituale dei festival, e credo che il suo nome ai più non dica nulla.

L’ho conosciuto circa venticinque anni fa e lavorare con lui è stata un’esperienza ricchissima. Tra le moltissime cose che ho imparato ricordo che al tempo gli chiesi come faceva a praticare allo stesso tempo il lavoro di comunità e la clinica. “Non c’è l’uno senza l’altro” mi ha risposto. Sul momento non capii, ci arrivai quindici anni dopo. Il clinico che pratica solo nel suo studio perde un po’ alla volta il contatto con la realtà, mentre chi non entra nella clinica non tocca la profondità del contatto con le singole linee di vita.

Di recente l’ho ritrovato, ed è stato un vero piacere. Mi ha girato un paio di suoi scritti recenti, redatti all’interno di progetti che lo hanno coinvolto in passato; li ho trovati stimolanti, e condivido pienamente la prospettiva da cui guarda il mondo, che ritengo vada diffusa, per contrastare il vuoto di pensiero oggi imperante.

Gli ho chiesto se posso pubblicarli, mi ha detto di sì, e così sono ben contento di aggiungerli al blog: sono scaricabili qui sotto.

Roberto Merlo

costruzione diagnosi dipendenze

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Cambiare idea

Venerdì scorso, su invito, sono intervenuto al Convegno SIPRe a Milano sulla Psicoanalisi del tempo presente.

Di seguito posto la traccia su cui ho fondato l’intervento.

cambiare idea

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La popolarità del male

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Già la Arendt ci aveva aperto gli occhi sulla pericolosità di un male che sta nelle pieghe dell’ogni giorno, di ogni indifferenza, ben più pericoloso dei mostri che girano per le nostre strade. (per chi non ha mai letto il celebre “la banalità del male” è una buona occasione per prenderlo in mano).

Oggi però siamo andati oltre; è tra noi, è diffuso, fa paura. E’ una nuova mutazione antropologica? Come si può ripensare al male davanti a quello che sta succedendo? cosa si può fare? Ognuno è chiamato ad interrogarsi, nessuno può dirsi escluso.

Lo squilibrato di turno, incapace di accettare la fine di una relazione vorrebbe uccidere la donna. Non la trova, così uccide la figlia, per poi togliersi la vita. Fin qui è cronaca, durissima, davanti alla quale, purtroppo, i più si stanno abituando.

La novità è la reazione della madre, che il giorno dopo accetta un’intervista in TV.  Perchè lo fa? Una reazione ad un dolore sentito eccessivo e quindi per una ricerca di condividerlo? Un tempo avrei pensato così. Oggi temo che in realtà non ci sia nessun dolore dietro da affrontare, eccetto il terrore di un vuoto che si tenta di riempire con gli occhi di chi la guarda.

Da leggere il bell’articolo comparso su “Repubblica” che si trova qui sotto. E pensarci su, interrogarsi. Che ognuno che è ancora vivo nel suo piccolo si adoperi perchè queste cose non succedano. Il male è dentro, è un cancro che mangia dall’interno. Dentro chi in TV c’è andata, per la quale non trovo sensate parole. Ma soprattutto dentro quelli che l’intervista l’hanno guardata, magari sentendosi molto empatici e pronti ai peggiori pensieri per questi malvagi squilibrati, non accorgendosi nemmeno che sono proprio loro che li creano.

La voce del dolore

 

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Senza padri (e madri)

senza padri

Per una società orizzontale, che è meglio. Questa è imbevuta di verticali, dove agli altri viene spesso e (mal)volentieri attribuita maggiore importanza o peso, generando così senza fine dispositivi di potere, dove uno dirige e l’altro è diretto. così quando uno va da un consulente (un medico, un parroco, uno che ne sa qualcosa di più su un argomento qualsiasi) spesso lo mette su un piedistallo e si pone in modalità reverenziale, invece di ricordarsi che quel consulente è lì al suo servizio e che al centro dell’interesse c’è lui. Naturalmente il lato oscuro della medaglia è la delega della responsabilità del proprio vivere, che per moltissimi purtroppo resta e forse resterà per tutta la loro vita, un miraggio desiderato ma irraggiungibile.

Anche molta psicoterapia naturalmente affonda le radici in questo terreno, basti pensare alle analogie che moltissimi fanno con l’analista-Virgilio, o Psicoilluminati mediatici che son lì a parlarci ancora di Telemaco e della scomparsa del padre. Sono metafore facili da dire perchè di facile presa, e seduttive da agire perchè forniscono immediati strumenti per sentirsi qualcuno-che-fa-qualcosa. Purtroppo sono oggi riprese a piene mani, in un gioco al ribasso, anche da larghe frange di counselor, filosofi e trainer che sull’ assunzione a sè della delega che viene loro offerta si sono andati a strutturare.

Questo libro va nella direzione contraria, merita i soldi e il tempo spesi per leggerlo e dà anche segnali confortanti, soprattutto nella parte dedicata alle nuove generazioni.

Un piccolo assaggio:

Il lavoro che ci siamo proposti di fare è quello di contestare la logica verticale che sta dietro all’accattivante narrazione della perdita dei padri come ragione recondita dell’infelicità dei singoli e delle disfunzioni sociali. E all’appello ad autorità paternali, magari buone e che vogliono il bene dei sottoposti, abbiamo opposto il principio individualista della stima e cura di sè, della responsabilità che nasce e si sedimenta quando le persone sono educate a vedersi e vedere gli altri come uguali. Non è la fine della figura del padre che ci interessa, ma la surrettizia creazione di surrogati di autorità paterna che il paradigma del padre favorisce in una società che è comunque orizzontale. (..) Quel che ci interessa mettere in luce discutendo la tesi popolare della fine dei padri è come questa poggi su una visione dei rapporti umani, a partire da quelli affettivi e intimi, improntata alla conservazione di relazioni verticali a dominanza maschile, e non alla formazione di persone autonome, disposte e capaci di disincagliarsi da ormeggi costrittivi e prendere in mano la responsabilità delle loro scelte“.

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Quanto Ferro?

 

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q.b.

Troppo poco no, perchè si perdono stimoli e punti di vista sulla cura davvero interessanti e fecondi.

Troppo no, perchè si perde tutto il portato teorico (e di conseguenza pratico) relativo all’interazione co-costruttiva della forma che prende la relazione.

Antonino Ferro è uno dei più celebri e celebrati psicoanalisti italiani. Bioniano “a modo suo” è un autore che ha delle cose da dire, e le dice bene, semplici, e questo non è poco.

L’ho ascoltato in più occasioni, e pur non essendo molto d’accordo sulla sua linea teorica – per lui il paziente resta il paziente e l’analista resta l’analista – offre una visione dell’analisi nuova, che contribuisce a smontare un’ortodossia ancora troppo diffusa e porta una boccata d’ossigeno per costruire qualcosa di migliore. Concetti quali i pittogrammi, il valore che attribuisce al sogno e le sue considerazioni sulla relazione analista-paziente sono ottime occasioni per pensare.

la conferenza qui sotto vale il tempo che si investe per ascoltarla.

 

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Cinque minuti

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50 anni sono tanti, il mondo ha cambiato assetti, geografia, confini, senso.

A riprendere in mano i suoi scritti, invece, sembra non sia cambiato niente.

Cinque minuti, per fermarsi a riflettere. Magari leggendo un buon articolo che lo riguarda e farci un pensiero su: Don Milani

 

 

 

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