Ma il dolore viene da fuori o da dentro?

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Ritorno per un momento su un tema che mi ha tenuto impegnato diversi anni, quello della sofferenza, per segnalare una lettura intelligente.

E’ difficile scardinare luoghi comuni e significati che si sono dati per scontati per una vita. L’oggettività della sofferenza, che sta tra il soggetto e il mondo è una teoria allettante, soprattutto per gli psico.- (terapeuti, psichiatri ecc..), come ho avuto modo di verificare anche al recente convegno a Roma (vedi post precedente), dove erano molti i colleghi aggrappati mani e piedi a quella che spesso ho chiamato “teoria del trauma”. Pazienza, ci vuole pazienza, non è facile lasciarla andare, perchè toglie molte sicurezze (al paziente, certo, ma anche al terapeuta).

L’agile libretto di Fabrizio Benedetti “Il dolore, dieci punti chiave per comprenderlo” scardina diverse di queste credenze, come già si intuisce dai titoli dei capitoli, vedi ad esempio “il dolore è nel cervello e non nel corpo” oppure “il dolore è differente a seconda degli individui e delle circostanze”.

Non c’è niente da fare, sembra essere proprio vero che non esiste alcun dolore che preceda un significato. Nessun dolore, che sia del corpo o dell’anima (mi si passi la metafora).

E va bene così, è da quella parte che si ha da andare.

Buona lettura, e buona estate.

 

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Al Convegno..

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Fa sempre piacere sapere che qualcuno ritiene interessante ascoltare quello che ho da dire..

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Conversazioni

Michele

Di Michele Minolli ho già parlato a lungo in queste pagine. Maestro, amico, coraggioso esploratore di altri modi e mondi più umani di fare psicoanalisi ed essere psicoanalisti.

Di recente ci siamo incontrati di nuovo, abbiamo conversato a lungo per una serata intera durante una bella cena a Milano.

E abbiamo deciso poi di registrare alcune delle nostre conversazioni, per diffondere il nostro punto di vista.

Ecco il link per guardare la prima:

http://progettocoppia.org/minolli/

 

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Come due chitarre..

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Sono stati mesi intensi. Continuo a ricercare su nuovi territori, soprattutto il visuale e la fotografia: li trovo il linguaggio migliore per destrutturare i nessi logici che formano una storia, permettendo all’attore di giocare con gli elementi per studiare la configurazione dalla prospettiva del Presente. Il passato ricordato (non lo storico, di cui non si sa) e il futuro perdono rilevanza, diventando così un alone sempre più vago e meno vincolante, liberando il soggetto verso un non ancora che può permettersi di emergere grazie e cui sente di poterci mettere mano, creando nuove e più personali configurazioni.

Diverse sono state le esperienze: Workshop e incontri con fotografi impegnati nella ricerca e nel sociale, tra cui Giulio Di Meo, Veronica Andrea Sauchelli, Paolo Youssef, che ringrazio calorosamente e consiglio a tutti di andare a vedere cosa fanno. Esperienze di docenza e formazione, in Udine, all’associazione di Cristina Piovesana e a Milano, dove ho iniziato l’esperienza di docenza alla scuola quadriennale in SIPRe con la Romina Coin. Da quest’ultima esperienza mi aspetto molto: lavorare con i giovani che vogliono diventare analisti sarà di sicuro un modo per aprire il mio sguardo (e speriamo anche il loro..).

Continua naturalmente la ricerca, sempre imperniata sull’essere umano pensato come uno, superando così dualismi che per me non hanno più valore. Ho elaborato una metafora che uso spesso, e che mi pare utile. Gli esseri umani (e tutti gli organismi viventi) sono come le chitarre: quando due chitarre sono bene accordate e sono vicine (in interazione) se si pizzica la corda di una anche la corda dell’altra inizia a vibrare, entrando in risonanza. Ogni chitarra produrrà poi un suono unico, per come è fatta, ed è quel suo suono, risonante con l’altra, che potrà conoscere, nient’altro. L’altra chitarra di per sè è inconoscibile, e una chitarra da sola non suona: è solo grazie all’interazione con le altre che può risuonare.

In altre parole, non posso conoscere l’altro, che resterà sempre un mistero, ma grazie all’altro posso conoscere di me, espandere le mie vibrazioni e imparare a farne un’armonia.

La approfondirò in seguito, per il momento la lascio così, un po’ suggestiva. Consiglio, per comprenderla meglio, la visione di una conferenza di Vittorio Gallese su empatia e esperienza estetica, che posto qui sotto. Gallese mi piace molto, il suo modello di simulazione incarnata è attualmente uno dei miei riferimenti principali, e questo video merita di sicuro il tempo che chiede, permettendo anche di comprendere e approfondire la parola “Empatia”, oggi così tanto usata e abusata.

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Identità?

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Incontro supervisori della Società. Il tema che la referente ha scelto è “l’identità dello psicoanalista”; sono un po’ tardi, e quando arrivo son tutti già addentro alla discussione, cercando di definirne i confini e le caratteristiche del ruolo. Intervengo, dicendo che il concetto non mi appassiona, e anzi lo ritengo piuttosto pericoloso per una buona psicoanalisi. Mi guardano un po’ così, però sono intrigati dalla prospettiva e allora approfondisco.

Identità è un concetto nato nel secolo scorso, dominato da un lato da un’epistemologia illuministica fondata sulla ragione quale torcia che permette di conoscere l’altro (e il mondo) e dall’altro sulla concezione di soggetto individuale, sorto solo dopo il rinascimento e che proprio a cavallo tra l’800 e il ‘900 ha trovato il suo apice (Freud era lì..). In pratica io sono io e tu sei tu, e ti potrò conoscere in quanto tale. Un modo di pensare che era proprio di un mondo stabile, fatto di relazioni lente, fondate su ruoli chiaramente definiti.

Ma oggi ancora si può? Ha senso ha parlare di identità in un mondo fluido, dove i confini si stanno via via sfumando, dove la scienza ci ha chiaramente evidenziato che non c’è possibilità di conoscenza oggettiva ma l’osservatore è sempre intrinsecamente implicato con l’osservato?

Per me non si può. Anzi, affermo con forza che reclamare una propria identità risponde solo alla necessità di costruire un dispositivo per soddisfare bisogni molto basic di sicurezza e protezione. E le conseguenze son sempre nefaste, perchè va sempre a generare una cesura io/l’altro.

Sul versante socio.- con estremo sconcerto assistiamo infatti alle voci tonanti che reclamano una presunta identità razziale, di patria, religiosa o di altre follìe. Su quello più individuale assistiamo alle innumerevoli violenze quotidiane subìte dai più frangibili. Su quello psicoterapeutico per contro alla generazione di un dispositivo analista/paziente dove il primo si arroga il diritto di curare il secondo, senza pensare che così non cura ma conforma (si veda per questo punto e sulla differenza tra cura e prendersi cura alcuni scritti precedenti in questo blog).

E così ho proposto che è meglio se l’analista la sua identità se la dimentica. se non lo fa lui non lo può chiedere all’altro, e l’altro è e resterà sempre un mistero. Ho proposto anche che è meglio se in seduta invece che un analista ed un paziente ci stiano due analisti, ognuno esperto della propria esperienza e ognuno dei due disponibile a rimetterla in gioco.

Poi, certamente, sarà a carico di uno dei due la garanzia che durante la seduta ci si mantenga sul livello analitico, che però appartiene all’interazione e non all’analista e questo giustificherà di per sè l’onorario.

Mi han continuato a guardare un po’ così, ma lo posso capire, il salto è notevole e mica tutti hanno avuto la fortuna di lavorare con un maestro che si chiama Michele Minolli, che con coraggio tempo fa ha aperto questa nuova strada, ben nota in alcune correnti filosofiche e – più di recente – neurobiologiche,  ma inedita per l’universo psi.-. Vedremo la prossima volta.

Nel frattempo, per approfondire il concetto di identità e la sua pericolosità drammaticamente attuale consiglio la lettura del breve saggio di Francois Jullien che ho messo in foto. Anche se scrive un po’ troppo è sempre un autore che mi piace molto, chiaro lettore del contemporaneo e mai banale.

Buona lettura.

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Pietà

trovata in rete (for m. forever ago) e la faccio girare. Son momenti difficili, l’importante è stare saldi e prendere posizione.

PPP

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Cos’è l’amore? (n.2)

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Aspettando il Convegno (vedi il post precedente) la ricerca continua, e dopo “una vita come tante” (vedi qualche post fa) segnalo un’altra lettura che qualcosa in più lo dà.

Emmanuel Carrère è un’anima curiosa, inquieta, in costante ricerca. Sa (de)scrivere come pochi, e in questo libro il suo racconta di alcune vite; la storia di Patrice e Juliette è splendida. Gli ha permesso belle riflessioni sulla sua, e ha regalato a noi qualche spunto in più per la nostra.

di seguito due passaggi, per me particolarmente importanti:

… Se Patrice è arrivato a raccontarmi quest’ultimo litigio, più commosso che rammaricato, è perchè gli avevo chiesto se si immaginava una futura vita amorosa. La domanda, pur senza scandalizzarlo, l’aveva indotto a pensare. Forse Juliette aveva ragione, forse si sarebbe rifatto una vita con un’altermondista rilassata e simpatica, perchè no? Era quel che meritava. Ma una delle cose che aveva amato di Juliette è che non era la donna con cui in teoria avrebbe dovuto stare. Lei l’aveva scosso, stanato dal suo solco. Lei era la diversità, l’inaspettato, il miracolo, quello che in una vita capita una volta sola, e solo se si ha molta fortuna. E’ per questo che non mi lamento, conclude Patrice: io quella fortuna l’ho avuta.

Dopo alcune pagine eccolo riflettere su di sè..

Helene indossa pantaloni yoga e un maglioncino leggero, molto scollato, i pantaloni le segnano le natiche e il maglioncino la punta dei seni. La trovo bella, sexy, tenera; la pace del nostro amore e l’intensità di questa pace mi meravigliano. Accanto a lei so dove sono. L’idea che potrei perderla mi risulta insopportabile, ma per la prima volta in vita mia penso che a portarmela via, o a portare via me, potrebbe essere solo un incidente, la malattia, qualcosa che ci piombi addosso dall’esterno e non l’insoddisfazione, la stanchezza, la voglia di novità. Dirlo è imprudente, ma davvero, mi sembra impossibile. Certo, immagino che se ci è dato durare ci saranno delle crisi, dei momenti di stanca, delle burrasche, che il desiderio si consumerà e si volgerà altrove, ma credo che resisteremo, e che uno di noi chiuderà gli occhi all’altro. Niente, in ogni caso, mi appare più desiderabile.

Passaggi che trovo bellissimi. E’ proprio vero che, per amare, si deve entrare in una dimensione senza tempo. Magari domani ci lasciamo (e chi mai lo sa cosa succederà domani), ma oggi è per sempre. In altre parole è il passaggio ben noto e indicato da qualsiasi saggezza: se non si può giocare con la morte, vivere è impossibile.

 

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